Silenzio.

"Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi."

Presto o tardi, chi prima, chi dopo, abbiamo tutti letto Primo Levi. Non il Primo Levi letteratura. Non il Primo Levi scolastico. Il Primo Levi sofferente, deportato e privato della sua umanità. Il Primo Levi che in queste parole ha messo in riga la vergogna degli uomini, che ha mostrato al mondo come l'orrore abbia trasformato nostri fratelli e sorelle in numeri. Carni in polvere. Sorrisi in nulla. "Se questo è un uomo" non dovrebbe essere l'interrogativo posto solo nei confronti di chi è stato privato della sua umanità MA forse, con tono ed intensità maggiore, nei confronti di chi ha privato, nei confronti di chi non ha teso la mano verso un suo stesso fratello o sorella, nei confronti di chi, quella mano, l'ha chiusa in pugno. Nei confronti di chi non ha posto alcuna domanda sul GIUSTO ma ha accettato di prostituirsi ad altri che decidevano per lui. Nei confronti di chi si è fatto carnefice della propria carne. Oggi è il Giorno della Memoria. A cosa serve questa memoria però se abbiamo paura di confrontarci con chi siamo stati? Con chi ci ha preceduto in questo viaggio chiamato vita? Perché ammettiamolo, nella storia degli uomini, ci sono angoli bui che nessuno vuole ricordare. Ricordiamo le vittime. Mai chi le ha rese vittime. Per quale motivo. Ricordiamo i simboli della salvazione. Non ricordiamo i simboli che hanno fatto tremare i sogni dei bambini. Che hanno infranto i sorrisi, di chi un domani sarebbe stato un uomo o una donna, con le lacrime delle madri.

Tante cose si scrivono e si dicono. Io, non mi sento di dire e scrivere ancora, ho già insozzato troppo. Riprendendo le parole dell'abate Dinouart: Si dovrebbe interrompere il silenzio solo quando si abbia qualcosa da dire che abbia più valore del silenzio stesso. Oggi il mio silenzio sarà fatto di vergogna, di umiltà, coscienza e profonda tristezza per tutti, indifferentemente da ogni possibile discrimine che lo stupido essere umano riesce a produrre. E, provate a pensare quanto il silenzio, abbia avuto un peso. Il silenzio del condannato a morte. Il silenzio di chi ha perso la speranza di vedere un cielo sereno. Il silenzio di un cuore che non batte più. Il silenzio di bambini che non giocano. Il silenzio di passi che calpestano. Il silenzio delle madri. Il Silenzio colpevole di chi non ha parlato per paura. Il Silenzio colpevole e bastardo di chi continua a non parlare. Perché il silenzio a volte nasconde la codardia dell'agire. A volte invece l'umiltà di riconoscersi esseri umani.





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