L'italiano pressappoco. Anche con un 18...

Circa. Quasi. Non del tutto. Bene o male. Più o meno. Pressappoco, appunto.

Quante volte è capitato o capita nella nostra quotidianità di usare questa terminologia? Suadente, di certo. Come una coperta calda durante una serata tranquilla, leggendo un buon libro. Rassicura. Deresponsabilizza. Tende ad approssimare senza dare una misura. Ci aiuta ad evitare di scegliere ed essere precisi. Perché la scelta, lo sappiamo, è una bestia cattiva. Riversa sempre prima conseguenze e poi sentenze. Perché la decisione è quella cosa che ci permette di muoverci, senza considerare di andare avanti o indietro ( queste sono valutazioni successive ) ma muoversi e muoverci semplicemente. Perché è così difficile scegliere? Perché non sappiamo quello che vogliamo ( fortunato chi lo sa o pensa di saperlo convincendosi di esserne certo ) o perchè non accettiamo l'idea pratica di rinunciare a qualcosa per una cosa diversa? Perché la scelta non è solo discernimento. È anche soprattutto responsabilità.

Anche essere precisi è davvero una gran brutta bestia. Pensateci, per essere precisi, occorre essere tecnici, occorre migliorare la propria prestazione e adeguarsi ad un modo di fare, che spesso, per indolenza e sufficienza non si considera. No, non è anarchia. È noia. Una terribile nemica. Non solo, non basta. Occorre anche disciplina. Occorre anche esercizio, quindi. Tanto esercizio. Eppure ancora non basta, perché, la precisione, forse, non è relegata solo alla pratica ma dipende anche e maggiormente dal modo di pensare, dal modo di essere, dal modo di concepire la realtà che ci circonda.

Per il momento sono solo chiacchiere e potrebbe sembrare una paternale. Ancor peggio, potrebbe sembrare il tentativo di un giovane adulto, studente fuori corso, pessimo amante e non so ben dire amico, di ragionare sulla vita che lo circonda e, farne un campione. No, non ho questa presunzione. Non sono un giornalista, non studio giornalismo o sociologia o psicologia. Non ho alcuna intenzione di fare campione, anche se il titolo parla chiaro. Ho avanzato una pretesa. Ho aggettivato l'italiano. L'italiano dentro ognuno di noi/voi che, leggendo, potrebbe sentirsi offeso. E mi auguro che così sarà, vorrà dire che ho toccato un tasto dolente. Non me ne vogliate. Anch'io mi metto nella pentolaccia.

Pressappoco. Perché pressappoco? È un brutto termine. In realtà suona quasi divertente, goliardico perfino. Non fosse che trascina dietro un pensiero, un modo di fare, un modo di relazionarsi che rovina le persone, le relazioni e, pensando più in largo, la società. Pressappoco. Cos'è pressappoco? È un contorno sfumato. Di certo non è una linea chiara. Non è definito. È un "più o meno". È un qualcosa che forse è e forse non è. Alla risposta "per cena vuoi la pizza o il pollo?" Non si può mica rispondere "pressappoco la pizza" o "pressappoco il pollo". Occorre una risposta certa. Decisa. Forte. Responsabile.

Eppure, un pensiero così semplice e forse frutto di una finzione intellettuale da giovinetto del liceo, nasconde tante impervietà. Pensate nel vostro quotidiano quante volte usiamo l'approssimazione per fare qualcosa. Che forse è la motivazione per cui ci ritroviamo, oggi Italia, nelle condizioni che ben conosciamo.

Devo fare un lavoro, lo svolgo bene fino in fondo, al massimo delle mie possibilità oppure lo concludo alla buona "perché tanto nessuno lo controlla". Domanda, abbiamo bisogno di qualcuno che controlla il nostro operato per farlo? L'operosità, la nostra singolare soddisfazione del completare e portare a termine bene un lavoro, dipende dal controllo o dal concepire quel lavoro e ogni altro lavoro importante?

Devo preparare e studiare per una materia, che sia al liceo, che sia alle medie o all'università, la studio con attenzione ed interesse perché comprendo e riconosco che solo attraverso lo studio si guadagna il riscatto sociale collettivo e progredisce una nazione o studio con scarsa attenzione, senza comprendere la materia e che, chi è venuto prima di me, cerca di farmi arrivare la sua esperienza tramite quei testi? Studio per l'esame preparandomi e impegnandomi di capire quello che studio o cerco di capire da chi poter copiare, da chi potermi fare il riassuntino da studiare perché tanto "anche con un 18". Che sia Politica Economica, che sia Diritto Privato, che sia qualsivoglia materia.

Ho una domanda: vi piacerebbe che un futuro, giovane medico, vi dica "beh...questa materia...anche con 18". Non conosco la vostra opinione ma io trasecolerei. Il ragionamento è lo stesso. I frutti si vedono.

Torno a ripetere, e mi scuso per i toni, che non si tratta di una paternale. Io ho 26 anni, potrei essere ascrivibile alla categoria dei bamboccioni. Ho fatto scelte sbagliate. Le sto pagando. Mi sto sforzando di migliorarmi ogni giorno. Certo, è difficile ma chi non ci prova ha già perso in partenza. Retorica a gogò, perdonatemela.

Perché accuso e punto il dito con il "pressappoco"? Perché è una cattiva, se non cattivissima, abitudine che può portare all'accontentarsi, al non avere aspettative, alla noia. E noi giovani, non possiamo permetterci di accontentarci, di non avere aspettative, di annoiarci e di non fare. Noi siamo la generazione che deve annullare questa logica del "pressappoco". Lo stiamo vedendo con i nostri occhi. Lo stiamo sentendo sulla nostra pelle. Dobbiamo augurarci di arginare quanto accade e di essere barriera per chi verrà dopo di noi.

Pensate sia una logica inerente solo al lavoro o all'università? Pensateci solo un momento. Nelle relazioni tra ragazzi e ragazze. Forse sarà un pensiero giovane. Forse sarò "antico" io ma non penso. Cos'è l'amico/a di letto? Il paradosso di una società che ci porta a correre e non gustare il viaggio. A considerare la meta come il trofeo più ambito. Una posizione incerta. Una posizione non chiara ma in cui si può ancora stare insieme a divertirsi. Disimpegno. Nulla di male, forse. Alla lunga però l'abitudine forgia il carattere. Il carattere rafforza l'abitudine. Fregati! Non si esce più dal circolo vizioso. Una ragazza con cui avevo una relazione sentimentale, un giorno mi stupì. Parlavamo di interessi comuni, parlavamo di studi e viaggi, ridevamo e scherzavamo sul motorino e all'improvviso mi disse "sai, io non sono capace di scegliere. Non mi piace e non so farlo". Sulle prime non prestai una particolare attenzione. Scegliere porta le persone ad esporsi direttamente. Porta a svelare qualcosa delle proprie intenzioni. Porta, e forse è questo che spaventa maggiormente, a scoprirsi al mondo, all'altro. Certo, potremmo rintanarci nella nostra bella certezza nell'indefinito del pressappoco.
Peccato però che stare rinchiusi nella nostra "zona di comfort" non ci porterà mai a crescere, non ci porterà mai a meravigliarci e confrontarci con un mondo dinamico ed in continua trasformazione. Abbandoniamo il pressappoco e cominciamo ad uscire dalla zona di solidale incertezza. Sfondiamo la zona di comfort. Fuori c'è un mondo vivo, colorato. Un mondo che di certo non ci aspetta e che, sicuramente, è già occupato da altre persone che sono uscite dalla loro zona di comfort molto tempo prima. Perché perdere altro tempo ad inventarci scuse?

Ritornando però al tema dell'università, la vivo in prima persona quindi lo sento più vicino, il "pressapoco", è lo stesso ragionamento che conduce ad alcuni finti adulti a dire ai ragazzi "scrivi una tesi, così come capita...tanto per la fine che fanno non ha senso" o ancor peggio "prenditi questo pezzo di carta e poi lo puoi anche stracciare" o molto, abominevolmente peggio "va beh, ormai la tesi non è che una tesina delle medie"...

Cosa direbbe Umberto Eco? Da "Come si fa una tesi di laurea" siamo passati a "come si (dis)fa una (ipo)tesi di laurea". Gli esempi potrebbero continuare. Si potrebbe continuare a riflettere su questo tema per molto altro tempo ancora. Però andrei di molto al di là del mio obiettivo primo: condividere una riflessione.

Mi auguro, vi auguro e ci auguro che si possa davvero capire come il ragionamento del "pressappoco" abbia la capacità di rovinare intere generazioni. Chi è venuto prima di noi, è riuscito sapientemente a complicarci, e anche di molto, le cose. Proviamo, adesso, noi a semplificarle per chi verrà dopo.
È la domanda che conta, non la risposta.

Commenti

Post popolari in questo blog

Il tempo di salvarci.

Il nudo.

Ogni tanto vincono loro