Durezza

Salute a voi, compagni vagabolanti. Anche oggi son qui per fare con voi qualche tappa di quel viaggio che non sappiamo quando è iniziato e di cui non vediamo nemmeno la meta ma di cui conosciamo solo una cosa: siamo in viaggio.

Qualche tempo fa, mi capitò, in una sola giornata, di sentire la parola “duro” in tre contesti diversi e con tre accezioni differenti. Sulle prime, come quasi sempre, non ho prestato particolare attenzione. Errore. Grande errore. Perché dal mondo esterno riceviamo gli stimoli da rielaborare nel mondo interno.

Duro. Di che durezza stiamo parlando? Quanti tipi di durezza esistono? Ma in fondo, duro, che vuol dire?

Se penso alla durezza, la prima che mi viene in mente, quella più immediata e banale è la durezza del diamante misurata attraverso la scala di Mohs e dalla scala Vickers. Quasi nessuno sa che a livello di composizione chimica, il diamante, è molto simile alla grafite. L'unica cosa che cambia è la disposizione spaziale degli atomi di carbonio, che, modificata in una struttura più compatta, conferisce al diamante una particolare durezza. Perché è così noto e prezioso il diamante? Perché è il minerale più duro che, ad oggi ( mi smentisca qualche amico geologo ) si conosca. Ma per far si che si abbia una tale struttura cristallina cosa occorre? 

La formazione di un diamante è un processo che in una rilettura di formazione ha un grande senso. Il diamante si forma nel mantello della Terra, in condizioni di altissima pressione. Questa altissima pressione cosa fa? Permette ai carboni della struttura di essere legati tra di loro, covalentemente, in tutte le direzioni della sua struttura e che collegano tutte le coppie di atomi di carbonio. Immaginatevi una grandissima struttura formata da tanti piccoli tetraedri. Ecco, questo è chimicamente il diamante. Andiamo però alla durezza: come funziona? Qui viene il bello. Le due scale che ho citato precedentemente dicono molto. La prima scala, la scala di Mohs è una scala comparativa. Come funziona? Ordina secondo un principio logico: ciascuno è in grado di scalfire quello che lo precede ed è scalfito da quello che lo segue. 

Indovinate un po' il diamante dove si trova? Ultima posizione. Il diamante non viene scalfito. Scalfisce tutti ma non viene scalfito.


L'altra scala non la cito per interesse quanto per darvi un'idea di cosa sia la durezza del diamante. Tale infatti viene usato in questa scala come elemento diagnostico. La punta dello strumento viene realizzata in diamante. Che non a caso, è lo strumento per scalfire senza essere scalfito.

Se però penso alla durezza, mi viene in mente altro. Precisamente altre due cose: una per via dell'aikido. L'altra per via dell'arte della spada. O meglio della realizzazione della katana.

Comincio con la katana che forse per affinità con la durezza del diamante è più appropriata.
Quanti di voi hanno visto una katana dal vivo? No, non una falsa o una riproduzione. Intendo una katana autentica. Una katana vera. Antica. Realizzata da maestri spadai giapponesi. 

Penso pochi. Si possono vedere solo in qualche mostra. Io le vidi a Londra e a New York.


Sapete come si producono le katane? La cultura giapponese, come ben saprete, identifica nel budo ( la via del “guerriero” ma traduce abbastanza male la parola guerriero...perché il guerriero non è uno che fa guerra ma un combattente infaticabile, un duellante onorevole nel senso della sfida non della guerra sanguinaria) una disciplina del corpo e dell'anima che avvolge l'interezza della vita del samurai. Anche la spada. Soprattutto la spada.

Essendo la spanda, compagna di vita e di morte di un samurai, anche la spada non può essere sottratta a questa rigorosissima disciplina. Sebbene le katane possano apparire tutte uguali, del resto sono solo lame, non sono per nulla tutte uguali. Ogni lama è una vita. Anzitutto occorreva scegliere il giusto materiale. 

Tale materiale è l'acciaio Tamahagane, traducibile in “acciaio gioiello”. Tale materiale è un blocco, che ho avuto la fortuna di vedere, di ferro e carbonio. Si presenta poroso, aspro, con imperfezioni varie. Il pezzo, viene spezzetato in base al peso e ad alcuni accorgimenti del mastro forgiatore. Vengono rotti in pezzi più piccoli e separati. I pezzi migliori, vengono selezionati per il processo di costruzione della lama.


Ora, la katana è formata da tante parti, parlando solo della lama, e della durezza, quindi, voglio precisare che è formata da Kawagane e Hagane. L'Ha è il retro della spada. Hagane e Kawagane sono rispettivamente l'acciaio pelle e l'acciaio lama. Sono due parti contigue della lama.

La procedura di costruzione, prevede riscaldamento e percussione di questi strati di acciaio che vengono ripiegati su sé stessi più e più volte finché le impurità del materiale non siano del tutto estirpate. Durezza. Probabilmente non si sa che le migliori lame vengono ripiegate anche più di 1000 volte. Tutto viene scaldato, battuto, ripiegato e riscaldato nuovamente. Migliaia di migliaia di strati sovrapposti nello spessore di pochi millimetri. Direi che con la pressione del diamante ci siamo, non trovate? A questo punto però viene il momento più difficile: quello della forgiatura. Dopo aver realizzato la lama, occorre formarla. La lama, ancora incandescente, deve passare la fase più critica.

Alcune lame possono rompersi. Altre deformarsi. Altre piegarsi. Solo poche lame riescono bene e curvate secondo le intenzioni del mastro forgiatore: la spada viene temprata in immersione, ancora arroventata. Lo sbalo termico mette a dura prova la lama. Evidenzia difetti di costruzione o di forgiatura o di materiale.

Se supera la prova, la lama esce dall'acqua come una Katana.

Ultima punto: durezza in aikido. Ricordo una lezione di aikido. Il maestro ci mostrava la differenza degli insegnamenti del maestro Morihei Ueshiba. Ci disse, “vedete ragazzi, se ho il pugno chiuso, cosa posso fare? Posso dare un pugno. Posso spezzare. Posso impattare. Posso fare male. Ma non posso fare altro. Se tengo il palmo della mano aperta, posso colpire. Posso afferrare. Posso sempre trasformare in pugno ma posso anche dare la mano a chi ha bisogno di rialzarsi. Con la mano aperta, posso fare sia bene, sia male. Dipende da quello che voglio fare.”. C'è una grande saggezza celata tra queste parole. La percepii allora e la comprendo adesso. 

Questo penso sia l'esempio di durezza che preferisco. E infatti l'ho tenuto per ultimo. Cosa voglio dire? Che occorre impare dalla durezza dell'acqua. L'acqua è morbida e dura allo stesso tempo. L'acqua solleva un corpo e abbatte montagne. Divora foreste e solleva piume. Ecco. Questo potremmo essere nelle nostre vite. Mani aperte. Smettiamola con I pugni chiusi e cominciamo ad aprire le mani.



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