La responsabiltà della cultura scientifica



La responsabilità della cultura scientifica.
La notizia che nella precedente settimana ha risvegliato l'attenzione sul dibattito della cultura scientifica si basa sull'azione dell’ordine dei medici di Treviso che ha radiato il dott. Roberto Gava dagli albi professionali. Probabilmente non ne sarete a conoscenza ma è la sanzione più severa che si possa assegnare ad un medico in seguito a gravi irregolarità di comportamento, deontologiche o professionali.  Perché? Semplicemente perché quando si viene radiati dall'ordine dei medici, non si può più praticare la professione di medico. E non esiste alcun tribunale civile che può reintegrare la condotta del medico e la pratica dello stesso. La radiazione dall'ordine dei medici è una manifestazione di volontà chiara, precisa e dettata dalla responsabilità del medico come singolo e come, appunto, “ordine”.

Perché però ha sollevato una particolare attenzione? Non sono un medico, non faccio parte dell'ordine dei medici e non è questa la sede né io ho le competenze per discettare se questo tipo di intervento e la modalità siano state decisioni giuste e doverose. Il punto principale è la motivazione che ha portato alla radiazione e il concetto di ordine dei medici. Cosa intendo?
Attraverso l'iscrizione presso l'albo dell'ordine dei medici, il medico agisce con un meccanismo di responsabilità individuale e collettivo. Si accettano i principi che ispirano l'operato medico. Già il primum non nocere particolarmente noto anche al pubblico non medico. Non solo, però. Si accetta anche l'obbligo/dovere di fornire delle cure aggiornate in scienza e coscienza, terminologia specifica che individua un tipo di responsabilità particolare: quella di aggiornarsi sulle cure a disposizione, di dialogare col pazione del paziente, di informare il paziente non solo su tutte le cure disponibili evitando di escluderne alcune per credo personali ma avendo cura che le informazioni fornite siano corredate da studi scientifici. Insomma: si basa sul metodo scientifico.


Salvo di Grazia, nel suo blog MedBunker e nella relativa rubrica su Le Scienze, espone a dovere il problema. Il problema del medico che si dichiara antivaccinista, è un doppio-problema e un falso-problema contemporaneamente, senza creare antinomie: è un doppio-problema perché non riguarda solo l'azione del singolo medico ma la collettività, creando ed alimentando “movimenti di pensiero antivaccinista”. E il problema di questa parte è che si usa la credulità della persona non informata per tirare acqua al proprio mulino e si sfrutta l'impressionabilità sociale. Confesso di aver girato vari gruppi su differenti social e per averne contezza, vi invito a vedere coi vostri occhi le argomentazioni dei dibattiti che si creano e le isterie collettive. Ed è un falso-problema perché il problema non è la prosecuzione di un pensiero antivaccinista in sé quanto l'assenza e la contestazione di un metodo scientifico basato su quei quattro punti che da Descartes in poi divennero paradigma e che terminano con l'elemento centrale: la ripetibilità dell'esperimento. E per fare capire la gravità della situazione, Di Grazia, si pone dal punto di vista di  vari professionisti con differenti expertise ma che hanno sempre in comune il concetto di responsabilità individuale e collettiva del proprio operato:

“se fai un lavoro, non puoi andare contro le stesse fondamenta della tua formazione perché è su quella che si basa la tua credibilità. Le persone si affidano ad un medico perché è quello che ha studiato medicina, ad un ragioniere perché è quello che ha studiato ragioneria. Un ingegnere non può "ipotizzare" che i piloni di un ponte si possano costruire di sabbia bagnata perché così ha pensato una notte e sarebbe considerato folle se, senza confermarlo, renderlo pubblico o controllarlo, iniziasse a costruire ponti con i piloni di sabbia: metterebbe in pericolo gli altri, chi si è affidato a lui per la costruzione e chi non si è affidato ma usa il ponte.
Un infermiere, in pieno possesso delle sue facoltà mentali, non può cambiare la terapia prescritta dal medico per un diabete ed iniettare, al posto dell'insulina, del glucosio perché "in base ai suoi dati è giusto così". Prima di farlo dovrebbe controllare la sua idea, confermarla, provarla, altrimenti sarebbe un folle, probabilmente assassino. Sia l'ingegnere dei ponti di sabbia che l'infermiere folle, potrebbero gridare alla censura, potrebbero sostenere che c'è chi li boicotta e li perseguita per le loro idee ma lo farebbero solo per difendere strenuamente le loro teorie mai dimostrate. Se hanno ragione possono dimostrarlo, se non lo fanno, evidentemente, non ne hanno capacità. Nessuno viaggerebbe in un'aereo guidato da un pilota alternativo che sostiene di poter mettere acqua nei motori per risparmiare carburante e se qualcuno lo sostenesse, prima di decollare, sarebbe sottoposto a controllo psichiatrico, ovvio, logico, nessuno avrebbe da ridire.”

Perché però insistere sul fatto? Perché, malgrado l'evento infausto di una radiazione, che ricordiamo è la massima punizione inflitta ad un medico, proprio perché riguarda la sua carriera, la sua preparazione, la sua responsabilità individuale e collettiva? Perché la figura del medico non è solo quella di un operatore sanitario ma è alla base quella di uno studioso e praticante della scienza della vita. E in quanto tale, non può e non deve esimersi dalla responsabilità di conoscere ed esercitare la facoltà del dubbio. Non per un puro esercizio di stile ma per una necessità di responsabilità: la vita del paziente che si affida in un rapporto esclusivo ed elitista al medico. Non al cartomante, non al taumaturgo, non al religioso di turno, non al curatore filippino, non la pincopallino di strada che vende il rimedio miracoloso. Ma solo a chi dimostra la sua competenza ed expertise.

La medicina è una scienza. E questa responsabilità, non è una responsabilità unica e a carico del solo medico. La responsabilità del conoscere, è una responsabilità condivisa: dal medico in quanto funzione ma anche dal paziente in quanto parte di una società che ha sposato la scienza come compagna, amica e maestra di ogni giorno. E infatti si avverte il distacco e l'impoverimento di quel dibattito di cui invece il pubblico non-medico dovrebbe interessarsi ed interagire. Perché? Perché le campagne di promozione della WHO sul corretto uso degli antibiotici, non hanno senso se ognuno di noi nelle nostre case procede ad autodiagnosi ed automedicazione prendendo un antibiotico x in caso di cosa x virale.

Assecondiamo il gioco e vediamo come funziona. Chi si dichiara antivaccinista, quali trials ha studiato? A quante conferenze di tema medico-scientifico ha partecipato? Quali sono le fonti? Con quale studioso del campo si è confrontato? Dov'è la letteratura? I trials quale target avevano? Quanti studi randomizzati in doppio cieco (modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune delle persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a effetti di aspettativa consci o inconsci, così da invalidarne i risultati) si sono fatti?

Vorrei terminare con una slide di un congresso, Medicina e Pseudoscienza, che si è tenuto a Roma, lo scorso 6-7 aprile e che rintengo sia stato illuminante sul caso del perché il dibattito di cui parlavo sopra stenta ad essere riconosciuto nella sua serietà ed essere opportunamente approfondito.


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