La violenza

La violenza. 
Cos'è la violenza? Come la riconosciamo? Dove? Quando? Sappiamo vedere il volto della violenza? Come agisce?

Sicuramente, se vediamo per strada un passate venire aggredito da un gruppo di persone, riconosciamo la violenza. Stessa stregua quando vediamo l'immagine di una ragazza struprata in uno qualsiasi dei telegiornali cui siamo soliti sintonizzarci per dire a noi stessi di ritenerci informati.

Ma è finita qui?
Quali volti immediatamente conoscibili e nascosti ha la violenza?
Una madre che discute con la figlia e utilizza parole improprie, è violenza?
Un figlio che reagisce alle percosse del padre, è violenza?
Un nipote, una nipote, un figlio, una figlia che protegge la sorella o il fratello dal nonno, dal papà, dallo zio, ebbri, in preda a furia animale è ancora violenza?
Una zia o uno zio che parla con un nipote o una nipote e le dice con aria di supponenza di non sapere ancora imponendo un rapporto di superiorità, un padre che parla con la figlia assurgendosi a guida morale e imponendo dei valori in base ad una personale visione e per mezzo di quella giudicando, è violenza?
Da chi può provenire la violenza? Questi sopra sono rapporti familiari.
Un compagno che offende un altro compagno, è violenza?
Uno dei due partner della coppia che non cura l'emotività e la sensibilità dell'altro/a è violenza?
Un uomo che non tratta un animale con il rispetto che si deve a una qualsiasi creatura vivente, è violenza?


Come spesso mi accade, ricorro allo studio della parola. Violento. E scopro che deriva da vis e -olentus. Vis, ciò che vince, opprime, distrugge. -olentus o -ulentus come in opulentus o virulentus, indica invece eccesso.

Che vince, dove c'è non bisogno di esser scegliere tra esser vinti o vincere.
Che opprime, dove chi opprime è già oppresso da sé stesso, dalla sua morale, dalla sua bestialità, dalla sua furia, dal suo etilismo. Chi opprime, è un oppresso.
Che distrugge, dove chi distrugge non si rende conto di distruggersi. Perché se distruggi il mondo che ti sta intorno, cosa ti rimane? Noi siamo il mondo che creiamo o che distruggiamo. Se creiamo, siamo ciò che creiamo. Se distruggiamo, siamo ciò che rimane: macerie.

Ecco che la violenza assume dei contorni non più così marcati e netti. Non è violenza fisica. Non solo: è violenza verbale, violenza sentimentale, violenza psicologica.
Violenza ha anche il significato di torcere la forma, con forza smisurata. E questo è maggiormente proprio, perché la violenza, muta la forma. Di qualsiasi cosa. Muta la forma del sentimento. Muta la forma del pensiero. Muta la forma della mente. La violenza distorce noi stessi e il mondo per come lo vediamo e tale è l'abisso: il violento vedrà sempre più il mondo come violenza. E non si rende conto di soffrire. Perché la violenza non può portare alla pace e alla serenità. Il violento grida, impreca, piange, strappa, morde, scalcia. Il violento non ha controllo di sé, perde la sua persona, annulla la sua mente dandosi allo sfogo della sua animalità becera e meschina.

E tal facendo dimentica di essere. Ed essere, è ciò che ci dona la dimensione nel tempo.

E non è un mistero che abbia la stessa radice comune di un'altra parola a questo concetto legata: violare. Guastare. Profanare. Oltraggiare. Offendere. Contaminare.

Contaminare. Pensandoci è proprio questo che fa la violenza: contamina l'animo di chi la pratica e di chi la riceve. Ammorba come una pestilenza.

C'è un ma: ma soffrono. Il violento, soffre. Nessuno mi potrà convincere del contrario. Chi è violento, a meno che non si tratti di una patologia che abbia a che vedere un'alterazione anatomica, ma come pattern acquisito di comportamento, non lo fa con gioia e per gioia. Chi agisce con violenza, quando agisce con violenza, soffre. E neppure poco.

Chi soffre, non a caso, sopporta, patisce, resiste a qualcosa di penoso. E non credo esista qualcosa di più penoso di qualcosa come la violenza, che strappa all'uomo la sua intelligenza e la sua capacità di discernere cosa e chi.

E ancora, la violenza è debolezza. L'aggressività nasce dalla percezione di sentirsi deboli.
Non posso salvare da sé stessi, madre, zia, compagno di corso, passante che siano. Non voglio. Posso però decidere se e quanto quella violenza mi torcerà, quanto modificherà la mia sostanza, quanto sarò io malleabile a quella violenza. E se la risposta è che non sarò per nulla malleabile, sarò in pace con me stesso.

Peccato ancora non accada.
Però conservo sempre le parole di Kipling e di If. Ma prima di lasciarvi alla poesia If, ho un altro pensiero. Una domanda che vi ho fatto poco sopra: da chi può provenire la violenza? Ho usato solo maschere che sono esterne a ognuno di noi. E quando la violenza viene da noi stessi, verso noi stessi?
Anche quella è violenza. Forse quella è la violenza più violenza di altre.
Violentarsi nel corpo e nell'animo, nei sentimenti e nelle emozioni, nei desideri, in ciò che ci rende esseri umani.
Quante volte vi sarà capitato? Spero poche. Darvi ceffoni o pugni da soli, tagliarvi di proposito con oggetti affilati, non mangiare o mangiare meno di quanto dovreste per mantenervi in salute, mangiare più di quanto dovreste per mantenervi in salute, bere alcolici al di là della semplice degustazione, reprimervi, tentare il suicidio. 

Sofferenza. E la sofferenza non capita spesso porta alla violenza, e la violenza aumenta la sofferenza. Ed è un circolo vizioso che si instaura nella mente del violento. Soffre, non riesce ad esprimere in altro modo la sua sofferenza e diventa violento, pratica la violenza e avverte di soffrire, perché intimamente nessuno avverte gioia nell'essere violento, ancora di più se questa violenza proviene da noi stessi verso noi stessi. E questa particolare violenza, genera ed alimenta un enorme nemico della vita e della salute mentale: la colpa.

E allora, cerchiamo nelle nostre vite ciò che Platone definiva eudaimonia: il fiorire dell'uomo. Non la felicità, non concetti astrusi e vuoti ma una considerazione chiara quanto dinamica. L'eudaimonia è il bene composto da tutti i bene, è l'abilità di vivere bene, la perfezione nel rispetto delle virtù, le sufficienti risorse per delle creature viventi.

E ancora Aristotele nell'etica nicomachea ci ricorda che l'eudaimonia non è proprio felicità intesa come fine ma felicità come modo di vivere. Effettuare scelte che ci fanno sentire bene con noi stessi, che non ha nulla a che vedere col piacere, con l'onore o con la felicità in sé: è qualcosa di molto più profondo nell'azione dell'uomo: fare bene, pensare bene, agire bene per vivere bene.

If you can keep your head when all about you   
    Are losing theirs and blaming it on you,   
If you can trust yourself when all men doubt you,
    But make allowance for their doubting too;   
If you can wait and not be tired by waiting,
    Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
    And yet don’t look too good, nor talk too wise:

If you can dream—and not make dreams your master;   
    If you can think—and not make thoughts your aim;   
If you can meet with Triumph and Disaster
    And treat those two impostors just the same;   
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
    Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
    And stoop and build ’em up with worn-out tools:

If you can make one heap of all your winnings
    And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
    And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
    To serve your turn long after they are gone,   
And so hold on when there is nothing in you
    Except the Will which says to them: ‘Hold on!’

If you can talk with crowds and keep your virtue,   
    Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
    If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
    With sixty seconds’ worth of distance run,   
Yours is the Earth and everything that’s in it,   
    And—which is more—you’ll be a Man, my son!
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 Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all'odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c'è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: "Tenete duro!"

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

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