Qualcuno come te.




Come spesso mi accade, attingo da qualcosa che mi succede nel quotidiano.
Questa volta sono due eventi separati, indipendenti, diversi. Sia nelle conseguenze che nelle premesse. Eppure hanno avuto le stesse tre parole in comune. In un caso le parole sono state rese esplicite. “Ho già conosciuto qualcuno come te”. Nel secondo caso, invece, sono state cortesemente nascoste dietro una serie di altre parole ma che avevano se non il suono e la forma, il significato di “qualcuno come te”.
Non sono tre parole che potrebbero offendere. Anzi.
 Ho già conosciuto qualcuno come te, me stesso. E ora siamo in due.
Ecco. Posta così non sarebbe male come cosa.
Qualcuno come te, mi ricordi un personaggio di un libro.
Nemmeno questa è lesiva. Quale che sia il personaggio, positivo o negativo, in ogni caso è un’opera di letteratura. Creativa. Fantasiosa. Descrittiva. Narrativa.
Ci sono però occasioni in cui queste tre parole assumono quella spiacevole sensazione di allontanamento, di immotivata freddezza, di disconoscimento della persona che abbiamo. Sarà per semplificazione, e quindi banalizzazione dei rapporti umani e dell’unicità di ogni singolo individuo, sarà per una necessità di individuare qualcuno e qualcosa dentro un box, senza cui siamo pressoché incapaci di interpretare la realtà che non conosciamo ancora.
Perché di certo è che dire “qualcuno come te” identifica solo la superficialità nel riconoscere che si pecca proprio di quella miopia empatica di cui spesso si accusa la presenza negli altri. Un po’ è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del tuo vicino ma sempre più difficile vedere la trave nel tuo occhio.
E la cosa potrebbe anche terminare qui. Dopo tutto.
Però le parole sono importanti. Perché? Perché le parole descrivono la realtà che percepiamo. Ma prima e contemporaneamente ne danno forma e dimensioni. La colorano. E ci colorano. Ci rendono umani. Esseri umani. Dopo tutto, noi esseri umani ci siamo evoluti parallelamente alla parola, assieme al nostro linguaggio. E col nostro linguaggio siamo evoluti e stiamo ancora evolvendo. Il nostro cervello si è evoluto e plasmato con aree specifiche deputate alla caratterizzazione ed interpretazione del linguaggio. Noi, siamo linguaggio. Difatti la tradizione orale ricorda l’identità di un popolo. Non a caso.
Siamo esseri sociali. Ma no, non è solo questo, ci sono delle implicazioni che mi hanno fatto molto riflettere. Dopo tutto, cosa significa che conosco qualcuno come te come con accezione negativa?
Vuol dire che conosco qualcuno come te e so cosa fai, come lo fai. Vuol dire che conosco il tuo tipo. Chi sei. Ma siamo sicuri?
Probabilmente ad alcuni parrà una reductio ad absurdum ma sono dell’idea che quando ci si trovi davanti a ghirigori della semantica o della logica, occorre riportare su un piano formale e ordinato: la matematica.
Il numero 5 è sempre il numero 5. Il risultato è sempre 5 e da 5 si comporta. Il 5 però può essere il risultato della radice di 25. Della moltiplicazione di cinque per uno. Della somma di cinque uno. Della sottrazione di dieci a quindici. Il 5 può essere il risultato di una quantità di operazioni enormemente più grande di ogni “qualcuno come te”. Quindi se io fossi il 5, come si fa a conoscere il processo dal risultato?
Adesso risulta chiaro il problema enorme? Posso avere due persone davanti a me che si comportano nella stessa maniera. Quanto è corretto, da un punto di vista empatica, gentile e umano dire ad una delle due, conosco qualcuno come te, facendo intendere che sei qualcosa di associato a qualcuno che non sei tu ma la cui azione è stata percepita simile alla tua?
Non c’è insulto più grande. Ognuno di noi ha un secondo di vita diverso rispetto all’altro. Tutta una vita superficialmente uguale ma intrinsecamente diversa, differente, immensamente variegata.
E se facciamo questo errore metodologico così banale con persone normale, come si può diventare una società che tenga alle persone?
Studio per diventare medico e questo pensiero mi ha tenuto sveglio la notte dopo.
Se ho due pazienti davanti, che mostrano lo stesso comportamento, potrò mai dire ad uno di loro che conosco già qualcuno come lui? Mostra gli stessi sintomi. Ma siamo sicuro che gli stessi sintomi siano stati provocati dalla stessa cosa, abbiano seguito lo stesso sviluppo, manifestazione, tempi di insorgenza?
Qualcuno molto più saggio di me disse che le persone semplici, quando si approcciano al complesso, tendono sempre a riportarlo a categorie a loro congeniali perché la loro necessità di semplificazione del mondo li ha resi pigri e gretti. Non aveva tutto sommato torto.
Adesso immaginate con me una scena diversa.
Una banana, una mela, una pera, un kiwi, un’arancia e un ananas. Immaginate di essere l’ananas. Immaginate di essere l’ananas. Solo perché siete molto diversi dal resto degli altri frutti, con quella scorza dura, con quelle foglie buffe (ma buffe per chi? Per l’ananas, tra gli altri ananas, non sono buffe affatto. Sono normali.) sarebbe giusto che la mela si avvicinasse e vi dicesse: sei un ananas, ho già conosciuto qualcuno come te, e… (continuate con una frase qualsiasi, “e non vai bene”, “e sei un pericolo perché”…”e…”, qualsiasi frase che possa descrivere un discriminare ma in negativo).
Qualcuno sempre più saggio di me, sosteneva che se ho mele e pere, non posso comparare mele e pere. Ma posso comparare mele con mele e pere con pere. A meno che non prendo elementi in comune tra i due, piuttosto che le differenze. Se prendete la forma. Una mela e una pera. Cosa potreste comparare? Sarebbe corretto discriminare la pera perché si cerca la forma di una mela? No. Sarebbe metodologicamente errato. Povera pera. E l’errore non è nemmeno della pera, è di chi discrimina.
Se vuoi fare una buona macedonia, chiunque sa che la frutta va tagliata, ognuno con un modo diverso. Non puoi tagliare le ciliegie nello stesso modo in cui tagli l’ananas. Non puoi tagliare le mele, così come tagli il kiwi. 


Devi saper tagliare sia l’ananas, che il kiwi, che la banana, che la fragola. Altrimenti, se escludi qualcosa dalla macedonia, non lo fai perché l’ananas è diverso ma perché non sai come tagliarlo e apprezzarne il sapore.
E a me, l’ananas, piace parecchio.

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