Io sono arrogante.



Io sono arrogante.

Se sentite qualcuno dire a qualcun altro “mamma mia che sei arrogante!”, il vostro primo pensiero, sarà “ecco, guarda questo chi si crede di essere”. E per la maggior parte delle volte, ne avrete ben donde. Come ripete spesso un mio caro e fraterno amico.
Diciamocelo. Senza peli sulla lingua. Generalmente, se pensiamo alla figura dell’arrogante, pensiamo subito a qualcuno che ha pisciato fuori dal vaso, qualcuno che sta facendo lo spaccone, il presuntuoso. E infatti l’arrogante si riconosce subito: è lo studente di medicina che ripete in continuazione “IO SO”, “si fa così”, “è così”. Insomma, non solo un ego pronunciato ma un’arroganza marcata: ovverosia pretendere di avere più di qualcosa di altri. Più stima. Più roba. Più diritti. Più.
Attenzione, più, che non necessariamente si meriti.
Da “una parola al giorno” riporto “Va rilevato innanzitutto che solitamente si trova usato nella forma riflessiva 'arrogarsi' - il che è naturale, visto che il suo significato si avvita sul soggetto. Arrogarsi qualcosa significa pretendere o attribuirsi qualcosa che non ci è dovuto o che non ci spetterebbe: mi arrogo il diritto di dire la mia in un affare che non mi compete, mi arrogo il primo posto nella fila anche se non sono il primo arrivato, mi arrogo l'ultima fetta di torta perché scendere sotto il quintale vuol dire deperire.
'Arrogante' altro non è che il participio presente di questo verbo: infatti l'arrogante è il presuntuoso e l'insolente che con le sue pretese si vuole imporre come superiore.”
Superiore. Ma superiore a cosa? A chi? Per quale fine? Non si sa bene.
Testo originale pubblicato su unaparolaalgiorno.it: http://unaparolaalgiorno.it/significato/A/arrogare
Da qui si potrebbe pensare che la figura dell’arrogante è una brutta figura, carica di significati decisamente negativi se associati ad un comportamento o ad un modo di pensare o di essere, ancor peggio.
E invece no. Torniamo indietro e facciamo qualche passo indietro. Non mi convince. Non mi piace. Ricordo le lezioni di un mio caro professore di liceo e arrogare, voleva dire altro. Aveva un significato più profondo di lasciarlo così alla descrizione di insicuri palloni gonfiati incapaci di vestire il proprio ego e di farlo uscir fuori come una camicia sgualcita fuori dal pantalone non abbottonato.
Arrogante deriva da ad- e rogare. Ed ecco che rogare ha tutto un altro significato. Così pure arrogante in principio. L’arrogatio o adrogatio era un istituto del diritto di famiglia attraverso cui si poteva assumere sotto la propria, la potestas di un altro cittadino libero, consenziente, il quale ne diveniva filius familias (grazie Wikipedia). Una figura tortuosa quando socialmente rilevante. Richiesta solenne di attribuzione.
Ma torniamo a rogare. Che in principio ha un significato di stendere la mano, chiedere, distendere, tendere, porgere, stendere, domandare richiedere o interrogare con tradizione più stretta. Non credete a me, prendete da voi un dizionario di latino e divertitevi.
Difatti si roga una legge. Cioè la si propone, la si vota, si delibera. Da che appunto l’ufficiale incaricato di scrutinare, rogabat cioè domandava individualmente a ciascun cittadino, il nome dell’eletto.
Da che anche oggi, non a caso, il vocabolo è stato mantenuto nel rogito o nella rogatoria, che appunto è una richiesta.
Se chiedete alla Treccani o alla Lessicografia della Crusca, vi confermeranno che già da Boccaccio aveva un’accezione negativa. Molto negativa. Giacché ci si arroga ciò che non è proprio, che non compete e che non spetta. Ecco. 

Ma si tratta come sempre di interpretazioni.
Pensateci. La parola non è dovuta. Un diritto non è dovuto finché non nasce. Il diritto (di, da, a, attraverso…ndr) è l’atto di arrogarsi qualcosa che non è ancora. Ma che col diritto lo diventa.
Siamo arroganti. C’è poco da fare. Cosa ci spetta? Ci spetta un posto in questo mondo? Cosa ci spetta? Ci spetta forse il piatto che stiamo per mangiare? Ci spetta forse il lavoro per cui stiamo studiando? Ci spetta scrivere qualcosa? Mi spetta ad esempio che voi leggiate queste parole?
La risposta è sempre una: assolutamente no.
Ma c’è un trucco. Il trucco è il fare. Il meritare. Ma non si merita finché non si è fatto qualcosa. E qui cade l’asino. Prima di meritare, qualcosa, l’impulso (per dirla in termini di fisica classica) è l’atto di arrogare.
Quindi quale che sia la nostra azione, l’impulso di quell’azione, è in sé arrogante. Certo, poi daremo tutto noi stessi per dare fondo e corpo a quell’arrogare qualcosa per noi.
Cosa voglio dire? Arrogatevi tutto quello che volete. Ma poi fate anche si di potervelo meritare. Arrogatevi la parola. Ma poi datele senso. Arrogatevi il lavoro che volete. Ma poi svolgetelo al meglio delle vostre possibilità, meglio di chiunque altri. Non per competere con altri ma per dare a voi stessi il meglio di quello che potreste dare. Arrogatevi il pubblico, ma non fatelo per proclami vuoti. Arrogatevi l’attenzione delle persone che vi stanno vicino. Ma non fatelo per esprimere giudizi o risultare pettegoli. Fatelo per coltivare negli altri e seminare dubbi di riflessione, per farvi contaminare dagli altri che vi stanno attorno. Perché è meraviglioso essere contaminati. Arrogatevi di dire la vostra, solo se sarete in grado di ascoltare gli altri e capire se la state sparando grossa. Altrimenti, non arrogatevi affato. Non ne abbiamo bisogno. Ma del resto io questo sto facendo. Mi sto arrogando di parlare. Ne vale la pena o no? Arrogatevi voi stessi. Ma non di e per voi stessi. 

Ci servono persone che comprendono che il mondo, per come lo conosciamo, è un ECO sistema, non un EGO sistema. Quindi va bene essere EGOTISTI ma non va bene affatto essere EGOISTI.
Arrogatevi il centro della scena, ma fatelo non per farvi ammirare dagli altri. Se volete ammirarvi fatelo davanti agli specchi. Tanto state con gli altri solo per vedere voi stessi riflesso negli altri. L’immagine di qualcosa che non sia voi vi fa paura, vi intimorisce, perché nel mondo esistete solo voi. Mettetevi al centro si ma fatelo per trascinare anche gli altri con voi e turbinare. Questo si.

Arroghiamoci. Appassionatevi. Affratelliamoci. 

Si, dopo tutto si, io sono arrogante. Molto.

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