Consonanze imperfette: la chiave.

Capita spesso, molto più spesso di quanto mi piaccia ammettere, che le persone con cui vivo la mia quotidianità mi facciano notare quanto sia difficile farlo in mia presenza.

Che sono difficile da trattare. Che metto in difficoltà. Che non mi rendo conto dei limiti. Che sono impetuoso. Che non capisco quando non posso. Che ci vuole una gran pazienza. Che...

Ribalto.

Mi risulta difficile trattare con le persone. Perché predicano una cosa e ne fanno un'altra. Ti sbracci per le politiche sociali ma quando ti chiedo un abbraccio mi allontani. Ti impegni contro la lotteria sociale e vorresti un mondo più unito ma non mi saluti quando mi incontri per strada o ti circondi solo di chi ti mette a tuo agio.

Mi mettono in difficoltà le persone. Perché spesso sono subdole. Perché cercano il lato profittevole della cosa. Nessuno ti chiama per una passeggiata ma tutti ti chiamano per mettere la firma. Nessuno ti rivolge la parola per chiederti che fai oggi ma tutti ti parlano per sapere da che libro studi, quali appunti usi.

Le persone non si rendono conto dei limiti. Dei limiti di avere dei limiti. Perché dove sta il limite in cosa? Poniti un limite e superalo. Non porre un limite e imporlo agli altri perchè tu, con le tue insicurezze, non osi nemmeno avvicinartici.

Le persone sono impetuose. Nell'esprimere giudizi. Nel conformarsi. Non nel sentire. Non nel provare autentiche emozioni, deve essere sempre tutto così filtrato. Perché gli altri non devono vedere. Perché gli altri non devono sapere. Perché gli altri. Gli altri.

Le persone non capisco quando non possono. E non vogliono capire quando possono. E il potere e il potere diventano sfumati. E il fatto di poter fare una cosa si trasforma immediatamente nel doverla fare assolutamente senza pensare al fatto che quella cosa sia giusta o meno. Corretta. Ma certo, questo ha a che vedere con l'etica. E se non passiamo il tempo a guardarci in faccia, come si può pensare di parlare di etica?

Che ci vuole una gran pazienza. Ci vuole una gran pazienza con le persone. Perché tutti noi siamo in stadi diversi della propria vita. E non è detto nemmeno che passiamo tutti dagli stessi stadi.

Un fatto abbastanza curioso mi è accaduto. Sono stato respinto. Ma stavolta in maniera diversa. Inusuale. Ho chiesto di poggiare la testa su una spalla. "No, guarda". Una mano alzata a paletta a creare un distacco e uno sguardo di disapprovazione e disprezzo. La situazione era particolare. Eravamo in cerchio. Momento di condivisione. Un ragazzo aveva appena comunicato di aver ricevuto violenza sessuale. La reazione del rifiuto e del rinchiudersi mi ha colpito. Mi ha ferito. Mi ha offeso. Mi ha leso. Mi ha deluso.

Ma è giusto porre tutti questi "mi"? E l'altra persona cosa ha fatto? Quanto era ferita? Quanto era lesa? Da quello che stava accadendo. Io ho cercato un conforto fisico. Ma lo cerchiamo tutti un conforto fisico? No. Lo vogliamo tutti? No.

Ecco che mi è servito per ricordare a me stesso che siamo insieme ma non insieme. Ognuno di noi reagisce in un modo diverso. Ha vissuto esperienze diverse. Vive esperienze diverse. Vive tempi diversi. Ciò che io sono adesso, non è ciò che tu sei adesso o ciò che tu sei stato o ciò che tu sarai. Potrebbe non essere, almeno. E quella è la chiave di lettura. Siamo tutti qui. Eppure non siamo tutti qui. Basta ricordarselo e risolverebbe molti "conflitti".
 


"No, non è vero. Che non sei capace. Che non c'è una chiave.

Siamo tali e quali, facciamo viaggi astrali.

E mi diresti: "Guarda, tutto apposto
Da quel che vedo, invece, tu l'opposto
Sono sopravvissuto al bosco ed ho battuto l'orco
Lasciami stare, fa uno sforzo, e prenditi il cosmo
E non aver paura"

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