I secondini delle parole: sbarre di una prigione invisibile.

Qualche mattina fa, mi son svegliato molto presto, dovendo prendere un volo per tornare in Sicilia per il matrimonio di un mio caro amico del liceo. 

Il tempo passa. E noi con lui. Anche quando non lo vediamo come sostanza corporea.

Erano appena le 05.45 quando ricordo di esser passato, come faccio al solito, da quel tratto breve della via di quel Monteverde che mi ospita qui in Roma, per arrivare in Dunant. 

Zaino. Trolley. Camicia comoda. Impermeabile. Una mattina fresca mi avrebbe atteso. Scorrevo veloce i pensieri che avrebbero anticipato il giorno. Fare questo. Fare quello. Telefonare. Dire. Appena superato uno dei market della zona, però, tra un cancello e l'ingresso dell'Upim qui in Monteverde vedo un signore. 

Un signore che avrà avuto l'età di mio padre. Magari qualche anno di più. Non anziano ancora. Ma nemmeno così giovane da aver appena superato i 50 anni. 
Era avvolto in un baco di trapunta strappata. Non sono riuscito a distinguere che il volto. Un volto emaciato, raggrinzito e stretto nella morsa della disperazione. 

Un uomo. Avvolto in una trapunta. Che avrà avuto tra i 55 e i 65 anni, alle 05.45 del mattino, probabilmente appena sveglio o mai addormentato, piangeva. 
Non un pianto a dirotto. Non un pianto singhiozzante. 
Un pianto di disperazione. Una disperazione che ti costringe a fermarti e riordinare le tue priorità. 
Non in quel preciso minuto, non solo alla 05.45 del mattino. Ma nella tua vita. 

A me, è capitato. Di svegliarmi la mattina. Sudato. Avvolto non da pigiami o lenzuola. Ma da una cosa che dopo tanti anni, mi venne detto essere depressione. 

Ho visto un uomo piangere. Portarsi le mani a coprire il volto. Non ho voluto vedere oltre e raccontare magari a me stesso di avere il volo o che avrei fatto tardi. 

Salve. Non è un buongiorno, vero? Senta, non ho ancora preso il caffé. Che ne dice se prendiamo un caffé assieme? 

Una frase semplice. Non pietosa. Non da elemosina. Una frase da Uomo a Uomo. 
Perché lo ricordo bene cosa voleva dire quando parlando con chi non avvertiva quello stato di disperazione, si avvicinava (o si avvicina tuttora quando ne viene a conoscenza) con quell'atteggiamento da pietismo, da consolatore di miseria. Non serve. 

Ho aiutato il signore ad alzarsi. Gli ho dato il pazzo di fazzolettini che avevo con me. Si è asciugato. Siamo andati nel bar lì vicino. Erano le 06 e qualche minuto. Ho avvertito lo sguardo addosso di qualcuno lì per prendere il primo caffé del giorno. Che me ne frega. 

Ci siamo seduti. Io ho preso un caffé e per incoraggiare il signore, un pezzo di colazione. Il signore prima timidamente ha ordinato un caffé, una tazza di latte e un cornetto. Qualche parola. Poi un altro pezzo di colazione e un tramezzino. 

Abbiamo discusso un po'. Gli ho proposto di rivolgersi ad alcune associazioni che so nella zona operare per i senza fissa dimora. Ho avvertito lo sguardo di chi ha in sé la disperazione di non sapere cosa fare della propria vita. Relitti abbandonati per peccati forse mai commessi, chissà da chi giudicati. 

Mi vergogno anche a scriverne ma se ne scrivo c'è un perché. Fare il Bene, impone di rispettare il silenzio su ciò che si è fatto. 

C'è un ma. Quei 40 minuti, forse fin pochi per aiutare qualcuno, mi hanno smosso qualcosa. Mi hanno dato da pensare su tante cose. 

Chi era quell'uomo? Com'è finito ad essere un senza fissa dimora? Perché quella mattina la disperazione l'aveva svegliato? Siamo una società che è in grado di prendersi cura del più bisognoso? Cosa ne è della nostra umanità come specie sociale? Dove si ferma la responsabilità che avvertiamo nel prenderci cura di noi stessi e degli altri, quando possiamo? 

Molti amici, sono volontari in associazioni che si occupano di senza fissa dimora. Una mia cara amica, compagna di un mio carissimo amico, partecipa attivamente con Four Walls (https://www.fourwallscharity.com/). 

Ma ognuno di noi cosa fa per evitare che l'altro provi questo disagio opprimente? 
Nulla. 

Sono uno studente di medicina. Sono fratello. Sono figlio. Sono nipote. Sono compagno di risa. Sono amico. Sono collega di università. Sono tante cose. 
E in ogni cosa che riesco ad essere vedo sempre le stesse cose che cambiano volto ma si declinano tutte allo stesso modo. 

Vedo parole usate scioccamente per imprigionare le persone in gabbie vuote, inesistenti.
Vedo l'ossessione delle persone a riuscire in qualcosa. Quale che sia. Non per il fatto di migliorare sé stessi ma di imporre uno standard, di farsi vedere, di mostrare qualcosa che altrimenti non si sarebbe. 
Vedo la superficialità nello scorrere sulle vite degli altri, marciando sui cadaveri dei nostri vicini. Perché del resto, morte tua, vita mia. E se riesco anche a ucciderti e non aspettare che le situazioni ti uccidano, tanto meglio. Avrò più qualcosa di quel qualcosa che credo tu mi stia sottraendo o per cui siamo in competizione. 
Vedo l'invidia, colorata di sguardi e insulti ingiuriosi, di risatine, di proclami sontuosi e formali, di banalità fumose. 
Vedo la piccolezza dei tanti che credendosi giganti provano a fare ombra su chi ogni giorno lavora il proprio piccolo orticello. E sono tanti. Gli studenti di medicina in questo sono campioni. 
Vedo muri e barricate. Come quel vicino di casa dei miei genitori che, alzando delle palizzate di legno dove non potrebbe, in una terrazza condivisa, ha oscurato e privato mia madre, una donna semplice dal cuore di bambina, della vista del mare. Diritto di veduta o di panorama, come riconosciuto dal Codice Civile. E dire che l'uomo che ha alzato questa barricata, è anche giurisperito.

Una barricata, come quella su cui Trump ha fondato la sua campagna presidenziale. Chissà come, chissà perché, alzare barricate è sempre più facile di costruire ponti. 

Vedo la colpa. Vedo la frustrazione nelle parole delle persone a me vicine. Vedo la presunzione di sapere di aver sbagliato e di star sbagliando e di affermare con tracotanza "se tornassi indietro, farei tutto allo stesso modo", per evitare di ammettere che qualche cosa si avrebbe potuto farla diversamente. Perché forse come quel Dorian, se si vedesse il quadro completo della propria persona, si invecchierebbe di colpo. 
Vedo attori itineranti con maschere ingiallite dal tempo incontrarsi ad un matrimonio, come nulla fosse successo negli anni, e avvicinarsi a salutarti con un "oh guarda chi si vede". Come dire, da quanto tempo non ci vediamo. Io, sono sempre rimasto, non sono mai andato via. Sei tu che hai cambiato marciapiede. 

Vedo la malafede di puntare il dito e cercare una colpa a suon di rimproveri e rimbrotti, che poggiano però sul nulla. Anche quando l'unica colpa è essere sempre stati fedeli ai propri ideali, senza accettare compromessi. 
Vedo chi mi accusa di non avere esperienza in qualcosa ma all'atto pratico, quando poi quell'esperienza sbandierata dovrebbe servire al mio accusatore, crolla, è evanescente. 
Vedo rapporti di predominio animale, vedo persone giudicare e interagire con persone che sembrano solo a loro simili, tutto pur di sentirsi parte di qualcosa, anche escludere qualcuno senza alcuna motivazione. Del resto, se ci pensiamo, chiunque può di sua sponte decidere di includere ed escludere qualcuno in qualcosa. Tutti quelli che usano Android e tutti quelli che usano iOS. Tutti quelli per cui esistono gli arancinI e quelli per chi invece conoscono solo le arancinE. Tutte le persone bionde, di colpo non parlano con chi ha i capelli castani. Una reductio ad absurdum pericolosa e fastidiosa, lo so. 

Vedo l'isolamento. Negli sguardi. Nel buongiorno mancato. Nel sorriso negato. E quando siamo incapaci di sorridere a un nostro simile, che ha due occhi carichi di sogni e speranze, che ha un naso come il nostro che gli permette di avvertire il profumo di una primula, che ha una lingua che gli consente di fischiettare contento, cosa abbiamo sbagliato nel tentativo di crescere come Uomini o Donne? 
Vedo secondini che decidono autonomamente di creare prigioni. Vedo bambini non cresciuti provare a fare gli adulti, e quello che mi addolora maggiormente, è che questi giovani adulti, modelleranno il mondo che ci stanno già affidando. E che un domani dovremo a nostra volta affidare, quando sarà venuto il tempo. 

Si parla sempre dei semi del cambiamento. Di semi, ne vedo tanti. E tanti di questi semi, li ho per amici ed amiche. E li curo. Quando posso, come posso. Con un sorriso. Una parola. O un dolcetto, a volte. 

Ma se i semi non trovano un terreno fertile, cosa succede? 

Tu prova ad avere un mondo nel cuore / e non riesci ad esprimerlo con le parole / 
E la luce del giorno si divide la piazza / tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa / 
E neppure la notte ti lascia da solo / gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro
[...] Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina / di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina; / di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia / "Una morte pietosa lo strappò alla pazzia".


Veduta delle campagne romane, sul treno regionale diretto verso Roma Fiumicino.


Di respirare la stessa aria di un secondino non mi va. Perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà. Se c'è qualcosa da spartire, tra un prigioniero e il suo piantone, che non sia l'aria di quel cortile, voglio soltanto che sia prigione.
[...]
Di respirare la stessa aria dei secondini non ci va. E abbiam deciso di imprigionarli durante l'ora di libertà. Venite adesso alla prigione, state a sentire sulla porta, la nostra ultima canzone che vi ripete un'altra volta: per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.


Nella mia ora di libertà, Storie di un impiegato, F. De André. 


Questo l'invito. Proviamo ad essere semi. Ma anche terreno fertile. Perché noi siamo semi di noi stessi e terreno fertile per gli altri. Perché a loro volta gli altri siano terreno fertile, per noi, seme. 

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