Le parole che non ti ho detto.


La vita come strada.

E ogni strada, è una tra le tante strade possibili.

Una strada, è anche un percorso, se mettiamo i piedi uno davanti all'altro. Anche se li mettiamo uno dietro all'altro, dopo tutto.

Possiamo andare in ogni direzione. Sarà comunque una strada che noi percorreremo, o un sentiero che batteremo per primi. E i nostri passi, saranno lì a ricordarci il percorso compiuto.

E cosa sono i passi, dopo tutto, nei nostri giorni? E come facciamo a sapere dove mettere il piede per fare il prossimo passo? Veso dove dirigiamo il nostro guardo perscegliere dove dirigerci ancor prima che il piede sia sollevato?

Queste sono le poche domande che pongo a me stesso, oggi, domenica di giungo, e a voi.
Perché le pongo oggi? Perché come sempre, ciò che scrivo è frutto di una rielaborazione di ciò che mi accade attorno.

Stamani, tornando dal mercato, ho assistito ad una scena. Nessuna considerazione, cercherò di raccontare il fatto come avvenuto.
Marciapiede. Una signora davanti a me, anziana, statura circa un metro e 60. Una piccola creatura, dalla carnagione bianca e i capelli bianchissimi e portati riuniti e legati con una piega laterale. Cammiava a braccetto con una signora più giovane. Non mi importa l'identità. Se figlia, nipote, badante. Non importa.
Da un lato la signora reggeva una piccola busta di carta, dell'upim. Con l'altra mano, la signora era attaccata al braccio della donna più giovane.
Una scena che tutti vediamo o che spesso abbiamo vissuto in prima persona.

Ad un certo punto, la signora anziana, incespica in una deformità del marciapiede. ha la prontezza, però, cosa non scontata, di reggersi più saldamente con la mano al braccio della signora più giovane. Barcolla. Ma si riprende subito. Però ha fatto cadere la busta di carta. che si è poggiata in terra, senza rovinarsi. Com'è caduta, è rimasta in piedi. Al suo interno sembrava esserci un capo, qualcosa di cotone, piegato.

Qui accade il primo degli eventi della giornata che mi ha lasciato perplesso. La donna più giovane ha rimproverato l'anziana, rivolgendole, testuali parole: "ma che sei scema? Mi vuoi fare cadere? Non riesci nemmeno a cammin...". Mentre la signora gridava, dato che erano davanti a me, ho accelerato il passo, raccolto la busta e consegnata alla persona anziana con un sorriso, dicendo "certo che questi marciapiedi son proprio tosti, eh? Non si è fatta male, vero?" sorriso "buona domenica". La signora anziana non ha parlato, mi ha rivolto un sorriso. Forse sospettosa. Forse incuriosita. Ma quel mio irrompere nella scena, per quanto scomposto, ha spezzato un momento di rabbia per una e frustrazione per l'altra.

Considerazioni: non sappiamo nulla del livello di stress della signora giovane. Non sappiamo nulla di cosa la signora giovane affronta quotidianamente con la signora anziana. Non sappiamo nulla. E sarebbe un grave errore esprimere giudizio. Non sono qui per questo.

Avverto solo una spiacevole e soffocante sensazione di sofferenza tutto intorno a me. Tutto questo è avvenuto nel breve intervallo di una manciata di secondi. Quelle manciate di secondi che, spesso, fin troppo spesso, perdiamo nella frenetica attesa della manciata di secondi successiva.

Il secondo evento che mi ha lasciato perplesso, e non nascondo, considerevolmente confuso, è un evento personale.
Sono siciliano, sono nipote, sono figlio, sono cugino, sono fratello. Ognuno di questi ruoli, o se volete "persone", prevede un comportamento e impone un limite. Non lo dico io, lo capisco dalla società. Che è il mio microambiente in cui vivo.
Essere siciliani, vuol dire avere handicap sociali. Vuol dire non poter parlare di certe cose. Nei rapporto famigliari, particolarmente.
Essere nipote, figlio, cugino, fratello, significano, ognuna di queste, avere in mente un ruolo rigido di relazioni schematizzate all'interno dei quali, qualsiasi cosa va bene, purché non si dica.
Rapporti in cui rispondere e darsi del caro o del cara non è un effettivo saluto di affetto quanto una rimarchevole condanna alla propria superba superiorità volendo forzare un po', forse, quel marcato velo di babbenaggine che spesso si indossa, io per primo, nei rapporti famigliari "pa' muri da paci" ( tr. per amore della pace ).

Abbiamo bisogno di pace. Non importa che sia una pace che basa sul fingere. Non importa che sia una pace-siamo-in-pace finché ci ignoriamo. Non importa che sia una pace fatta di monosillabi ed emoticon. Importa che sia una pace. Cara, pace.

Caro Filippo, lo so bene come funziona.
Caro Filippo, pensi che non sappia che sia così?

Potrei andare avanti. Ne ho in mente almeno una ventina. Tutte espressamente dette. 
Epperò capita, all'interno di quella trama di rapporti famigliari, che un membro della famiglia, anziano, mostri primi segni di senescenza.
Capita, sempre all'interno di quella trama di rapporti famigliari, spesso scanditi dal non detto, che un nipote decida di scrivere a tutti i famigliari un messaggio. Chiaro. Forte. Duro. Deciso. Senza mezzi termini. Usando non più parole di quante non servano per fare passare un messaggio importantissimo: se un anziano viene lasciato solo (solitudine intellettuale, solitudine emotiva, solitudine progettuale...), l'anziano, incorre più facilmente in depressione, patologie correlate ad uno stato di salute che si compromette velocemente a causa della sedentarietà e complicanze correlate.

Le parole hanno un ruolo. Quello di essere testimoni. La parola non è il verbo, che è annunciare. Pur essendo simili nel significato si discostano enormemente nell'etimologia. La parola è la comunicazione detta, con le labbra, con la bocca, espressa. Non taciuta.
Il verbo, non è necessariamente espresso. L'esegesi cristiana ci insegna che la parola di Dio, è udibile anche ai sordi. Non è una parola formale. Non necessariamente un fonema.
 Ma la parola, si. La parola è espressione. E, come spesso capiamo da bambini, si comunica sia che la parola venga detto, che, parimenti, quando la parola non viene detta.
La comunicazione è avvenuta nel gruppo whatsapp de La famiglia.
L'effetto immediato?
Non prevedibile. Un parente, abbandona il gruppo.

Mi si potrebbe obiettare che non l'ho fatto cortesemente. Mi si potrebbe obiettare che da nipote non ho voce in capitolo. Mi si potrebbe obiettare che occorre il rispetto verso qualcosa.
Beh, sorpresa. Ho scoperto che quando si muore, tutte queste cianfrusaglie fanno la fine che devono. In una bara, di cui nessuno più si ricorda se non di tanto in tanto per portare due fiori secchi. Perché dopo la morte siamo tutti migliori. Almeno nel ricordo.

Una mia cara amica mi disse un tempo, al riguardo del mio modo di comunicare le cose, "quando tu mi dici le cose in maniera schietta io lo so perché me le stai dicendo in quel modo e quindi non mi offendo, ma non è detto che tutti percepiscano questa tua modalità" [...] " va bene dire le cose schiette perchè addolcirle non fa bene a nessuno. Ma se la persona che legge percepisce di essere attaccata probabilmente non recepisce neanche il messaggio.

E qui vengo alla considerazione. Perché queste sono le parole che dico, io, Filippo. Perché un domani, come ho già visto succedere e sentito friggere sulla mia pelle, non si dirà che ci son state parole non dette e cose non fatte.

 E qui sta anche la base del conflitto sociale. Se dico palla, una persona può intendere "che palla!", un'altra "la palla giocattolo", una terza "una palla di cannone".

Dipende dal contesto. Dipende dal bias. Dipende.

Se si cerca il confronto, e questo è un fatto, si chiede: "ma tu, con palla, cosa intendevi?". A quel punto si cresce assieme.

Se il confronto non si cerca, si abbandona il gruppo. Si decide di non crescere, assieme. Si alza un muro. E ci si impoverisce. Come individui. Come società. Come specie. Come viaggiatori. Come parole che non diciamo. Come passi che non facciamo.

Se mi escludo dalla strada, mi rimangono solo i passi che non ho fatto.
Se mi escludo dal confronto, mi rimangono solo le parole che non ti ho detto.


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